
La prima pietra mancò nettamente il bersaglio e cadde in acqua.
Nessuno sentì il tonfo, anche se fosse stato dieci volte più intenso si sarebbe mescolato alle voci e ai rumori che riempivano la baia.
A dispetto di una fastidiosa nebbia gravante su tutta l'area, già sette imbarcazioni avevano attraccato quel mattino, una dopo l'altra in modo ordinato, quasi vi fosse stata una perfetta organizzazione degli orari di approdo. Naturalmente, invece, fu soltanto una coincidenza che non arrivassero tutte assieme intasando ogni molo del porto.
Dieci uomini in uniforme grigia erano disposti lungo tutto il molo centrale, formando un cordone di sicurezza entro cui procedeva la fiumana di persone fuoriuscita dalla nave. Uomini, donne, vecchi e bambini, per lo più vestiti di scuro, avanzavano lentamente verso gli edifici portuali col proprio sincero carico di speranza e fiducia in una vita migliore.
Una seconda pietra colpì il mucchio di valigie ammucchiate vicino al vano di scarico della nave, provocando la caduta di un piccolo cestino a fiori che si ruppe su un lato. Una bambina dai boccoli biondi corse a raccoglierlo e vide che la serratura a scatto era divelta. Non ebbe nemmeno il tempo per rammaricarsi, oppure per protestare contro chi aveva mal impilato i bagagli o ancora per cercare di aggiustare quel cestino in modo fortunoso.
D'un tratto partì la sassaiola.
Ignari della situazione, la folla di passeggeri si vide piombare addosso pietre, pezzi di mattoni, ciocchi di legno e altro. Causa la nebbia, da sempre complice di ogni atto criminale, ci volle qualche secondo per capire da dove proveniva quell'efferato attacco, mentre un coro stonato di strilla completava quella scena infernale.
Molte persone pensarono di trovare maggiore scampo in acqua, alcuni cercarono di parare i colpi con le loro valigie, altri ancora tentarono di rientrare sulla nave. Un piccolo gruppo di ragazzi giovani prese a correre verso la capitaneria, da dove sembravano giungere i lanci. Dopo non più di pochi metri videro un nutrito schieramento di losche figure, le mani piene di munizioni e le bocche urlanti la rabbia per il loro arrivo in porto, cosa indubbiamente non gradita. Inevitabilmente, quei coraggiosi ragazzi stramazzarono al suolo prima di raggiungere i cecchini.
Il terrore dominava gli sguardi degli emigranti. Una ragazza con un neonato in grembo stava correndo più velocemente che poteva per guadagnare il molo vicino. Si fermò soltanto un attimo per evitare il corpo di una vecchia donna sdraiato sulla passerella e proprio in quell'attimo un grosso mattone la centrò fatalmente al capo. La ragazza crollò a terra in una pozza di sangue, senza muoversi più.
Accorgendosi dell'accaduto, un uomo anziano fece per avvicinarsi alla donna quando un sasso passò proprio sopra la sua testa, facendogli cadere il piccolo copricapo nero. Ebbe un istante di smarrimento e chiuse gli occhi impaurito, poi si riprese e raggiunse la giovane madre che giaceva a terra senza vita. Di scatto, l'uomo prese il bimbo e se lo portò al petto, gli fece scudo con il proprio corpo e indietreggiò fino ad uno dei lampioni del porto, nell'intento di cercare un seppur minimo riparo.
Venne colpito anche uno degli orologi della banchina, un orologio piuttosto vecchio ma perfettamente funzionante. Si trovava in cima ad un pilone verde, sotto il quadrante c'era un piccolo pannello fatto a tessere che fungeva da datario, segnando 7 October 1909.
Poi tutto finì.
La speranza e la fiducia giacevano ora sul molo sotto forma di un informe tappeto scuro, composto da morti, feriti, detriti e sangue.
I responsabili di quella sciagurata accoglienza sputarono ancora qualche insulto in direzione di quei disperati, quindi si dileguarono nella nebbia.
La bambina col cestino rotto era ancora là, ferma davanti al vano di scarico della nave.
Il suo bel volto era rigato da lacrime calde, ma non erano lacrime di rabbia, bensì di tristezza: la gente di New York non era così simpatica come le avevano detto.





Abbiamo dei problemi seri da risolvere. E ci servirebbero delle persone serie per risolverli.