giovedì, 18 settembre 2008
Fato...


La prima pietra mancò nettamente il bersaglio e cadde in acqua.
Nessuno sentì il tonfo, anche se fosse stato dieci volte più intenso si sarebbe mescolato alle voci e ai rumori che riempivano la baia.
A dispetto di una fastidiosa nebbia gravante su tutta l'area, già sette imbarcazioni avevano attraccato quel mattino, una dopo l'altra in modo ordinato, quasi vi fosse stata una perfetta organizzazione degli orari di approdo. Naturalmente, invece, fu soltanto una coincidenza che non arrivassero tutte assieme intasando ogni molo del porto.
Dieci uomini in uniforme grigia erano disposti lungo tutto il molo centrale, formando un cordone di sicurezza entro cui procedeva la fiumana di persone fuoriuscita dalla nave. Uomini, donne, vecchi e bambini, per lo più vestiti di scuro, avanzavano lentamente verso gli edifici portuali col proprio sincero carico di speranza e fiducia in una vita migliore.
Una seconda pietra colpì il mucchio di valigie ammucchiate vicino al vano di scarico della nave, provocando la caduta di un piccolo cestino a fiori che si ruppe su un lato. Una bambina dai boccoli biondi corse a raccoglierlo e vide che la serratura a scatto era divelta. Non ebbe nemmeno il tempo per rammaricarsi, oppure per protestare contro chi aveva mal impilato i bagagli o ancora per cercare di aggiustare quel cestino in modo fortunoso.
D'un tratto partì la sassaiola.
Ignari della situazione, la folla di passeggeri si vide piombare addosso pietre, pezzi di mattoni, ciocchi di legno e altro. Causa la nebbia, da sempre complice di ogni atto criminale, ci volle qualche secondo per capire da dove proveniva quell'efferato attacco, mentre un coro stonato di strilla completava quella scena infernale.
Molte persone pensarono di trovare maggiore scampo in acqua, alcuni cercarono di parare i colpi con le loro valigie, altri ancora tentarono di rientrare sulla nave. Un piccolo gruppo di ragazzi giovani prese a correre verso la capitaneria, da dove sembravano giungere i lanci. Dopo non più di pochi metri videro un nutrito schieramento di losche figure, le mani piene di munizioni e le bocche urlanti la rabbia per il loro arrivo in porto, cosa indubbiamente non gradita. Inevitabilmente, quei coraggiosi ragazzi stramazzarono al suolo prima di raggiungere i cecchini.
Il terrore dominava gli sguardi degli emigranti. Una ragazza con un neonato in grembo stava correndo più velocemente che poteva per guadagnare il molo vicino. Si fermò soltanto un attimo per evitare il corpo di una vecchia donna sdraiato sulla passerella e proprio in quell'attimo un grosso mattone la centrò fatalmente al capo. La ragazza crollò a terra in una pozza di sangue, senza muoversi più.
Accorgendosi dell'accaduto, un uomo anziano fece per avvicinarsi alla donna quando un sasso passò proprio sopra la sua testa, facendogli cadere il piccolo copricapo nero. Ebbe un istante di smarrimento e chiuse gli occhi impaurito, poi si riprese e raggiunse la giovane madre che giaceva a terra senza vita. Di scatto, l'uomo prese il bimbo e se lo portò al petto, gli fece scudo con il proprio corpo e indietreggiò fino ad uno dei lampioni del porto, nell'intento di cercare un seppur minimo riparo.
Venne colpito anche uno degli orologi della banchina, un orologio piuttosto vecchio ma perfettamente funzionante. Si trovava in cima ad un pilone verde, sotto il quadrante c'era un piccolo pannello fatto a tessere che fungeva da datario, segnando 7 October 1909.
Poi tutto finì.
La speranza e la fiducia giacevano ora sul molo sotto forma di un informe tappeto scuro, composto da morti, feriti, detriti e sangue.
I responsabili di quella sciagurata accoglienza sputarono ancora qualche insulto in direzione di quei disperati, quindi si dileguarono nella nebbia.
La bambina col cestino rotto era ancora là, ferma davanti al vano di scarico della nave.
Il suo bel volto era rigato da lacrime calde, ma non erano lacrime di rabbia, bensì di tristezza: la gente di New York non era così simpatica come le avevano detto.

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domenica, 13 aprile 2008

Ego sum...

"Molti metri più in basso la vita andava avanti.
Fiumane di auto zigzagavano attorno agli alti palazzi, sparuti gruppi di persone con i loro ombrelli colorati avanzavano velocemente nella neve fresca.
Luci, quante luci!
Quante persone potevano esserci dietro ognuna di quelle luci? Due, quattro, forse di più. Magari addormentate, oppure sveglie davanti ad uno schermo, chissà. Quanti pensieri stavano viaggiando, quante coppie stavano sublimando il loro affetto, quante voci, parole, risa, grida, sussurri, pianti...
Poco importava.
La verità era che il mondo lo aveva abbandonato e lui non possedeva più le forze per dire la sua.
Mentre si alzava goffamente in piedi, la sua mente elaborò un'immagine di lui serena, all'interno di un paesaggio che non avrebbe saputo definire. Sebbene non fosse dotato di una fervida fantasia, di tanto in tanto, negli ultimi tempi, gli capitava di visualizzare un dipinto affascinante e suggestivo, ma nel contempo ignoto e irreale. Nel dipinto c'era anche lui, di schiena, nell'atto di contemplare una luce azzurrina, fredda ma accogliente.
Ormai era certo che quella visione rassicurante rappresentasse una sorta di invito.
Jacob diede un ultimo sguardo al palazzo di fronte, dove gli sembrò di scorgere una donna vestita d'azzurro intenta a guardarlo, e si gettò nel vuoto.

Era fredda, l'aria. Fredda e pungente. La neve gli bagnava il viso, provocandogli un dolore quasi piacevole. La decisione era stata presa e non avrebbe potuto tornare indietro, nemmeno volendo. Mentre il suolo si avvicinava in fretta, era sempre più convinto che sarebbe andato tutto bene, ora. Non era più il tempo delle domande, delle perplessità, degli arrovellamenti, delle insicurezze: tra poco avrebbe avuto tutte le risposte. D'un tratto gli parve di udire una musica, che saliva di intensità ad ogni secondo; era una musica dolce, bella come nessun'altra che avesse mai ascoltato o dalla quale fosse stato rapito. Parlava di pace, di inizio di tutte le cose, di profumi e di un rorido amore che lo stava attendendo da tempo immemorabile. Considerò quest'armonia come la conferma delle sue convinzioni.

Sorrise.

Mentre una lacrima mista a neve gli sgorgava dagli occhi, Jacob allargò le braccia senza quasi accorgersene."

 

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venerdì, 21 settembre 2007

Sursum corda...

"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione."
Così recita il primo comma dell'articolo 21 della nostra cara, vecchia Costituzione. (Dico cara perché sono italiano e la considero una via laterizia preziosa, fondamenta vitale per un popolo "allo scopo di formare una più perfetta unione"... Dico vecchia ma senza particolari connotati negativi, anzi: spesso "vecchio" diviene sinonimo di portatore di esperienze, saggio. Il nostro codice civile è molto più vecchio, deriva in gran parte dal diritto romano e si parla, dunque, di quasi duemila anni fa...)

Se poi non tutti esercitano tale diritto, beh, quella è un'altra storia. Magari non tutti riescono ad utilizzare la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione per esprimere liberamente il proprio pensiero. Forse perché non interessa loro o forse, più semplicemente, perché non possiedono i mezzi necessari... Ma questa non è un'accusa, è una semplice annotazione sul come un principio sacrosanto possa spesso risultare ostacolato dalle modalità per avvalersene. Tutto qui, viva la potenzialità della norma!
Le questioni su cui soffermarsi a riflettere sono altre.
Molte domande vengono alla mente, alcune di getto, altre dopo aver pensato un po' di più e aver dominato gli istinti del momento. Ad ogni modo, ritengo lecite le une come le altre.

Qual è la necessità dell'urlo?

Non so, non mi convince. Siamo davvero giunti al punto in cui se non urliamo gli altri non ci sentono? Oppure la voce alta dona a quello che stiamo dicendo un'aura più vera, sincera, forte, di carattere deciso? Non ho mai creduto né crederò mai che la genuinità delle mie idee sia direttamente proporzionale al numero di decibel che utilizzo nel manifestarle. L'urlo, poi, ha un carattere di violenza, impositorio. Reca già in sé una caratteristica negativa che ne distorce il contenuto, qualunque esso sia. "Le cose che fai urlano per te, non è necessario che tu urli per loro".
Eppure, in quanti urlano, oggigiorno.
Alcuni lo fanno addirittura con un microfono appiccicato alla guancia. E ottengono un grande successo. Nella fattispecie, parlo di un comico, che tale si ritiene ancora. Un comico rodato, anni di gavetta e di spettacoli alle spalle, che ha costruito il suo personaggio (interpretando, tra l'altro, anche spot famosi) fino ad incarnare un modello di "denunciatore di vizi occulti e palesi della società", passando trasversalmente dall'economia all'ecologia e alla politica. E sovente grida.
Ma non per mantenere l'attenzione, non ne ha bisogno, è un bravo affabulatore. Fa solo parte dello show.

Perché essere volgari?

Lo stesso comico, recentemente, ha fatto uno spettacolo virtualmente esteso a tutto lo stato, con minimo comune denominatore la lettera "V", ovvero l'iniziale dell'insulto nazionale per eccellenza. Ogni suo spettacolo è farcito di queste due cose messe insieme, urla e volgarità. Spesso sono volgarità urlate.
Ma non solo lui, beninteso. Oggi non puoi catturare l'attenzione se nel tuo discorso non schiaffi un insulto, meglio se pesante e se diretto a qualcuno che l'uditorio ben conosce. Alché la gente ride di gusto, applaude e, a fine serata, si gratta la pancia contenta.
La società intera sembra essersi involgarita. Passeggiando per le strade si sentono bambini che infiocchettano il loro parlato con acute bestemmie, con la stessa naturalezza con cui tirano un calcio al pallone. Forse è un segno dei tempi e non fa nemmeno più notizia. Ma la mancanza di argomenti, le urla e le volgarità ci rendono sempre più barbari.
E, soprattutto, arroganti.

Quindi?
Dovevo fare una premessa, mea culpa. Non ho nulla contro il menzionato comico. Ho visto svariati suoi sketch, due anni fa ho anche visto un suo spettacolo dal vivo. E ho riso.
Condivido molte delle cose che dice, indubbiamente. In questi anni si è interessato molto di alcuni settori, parlando con scienziati personalmente e riportando fedelmente quanto appreso all'interno delle sue performance. Da questo punto di vista, lo ritengo un efficientissimo divulgatore di notizie che, altrimenti, avrebbero difficilmente raggiunto grandi numeri di persone. (Ecco a cosa può servire positivamente una grande popolarità.)
I miei dubbi subentrano quando il comico si erge a qualcosa d'altro, tipo "megafono dei più deboli", "demagogo". Mi lasciano perplesso locuzioni come "democrazia dal basso". Insomma, non posso negare che se la classe politica è fatta di macchiette domani potremmo trovare facce di comici sulle schede elettorali, ma il passaggio è intriso di una drammatica banalità e assolutamente non privo di pericoli, più o meno latenti.
Pensiamo, tanto per fare un piccolo esempio, a quando strepitava contro internet e in ogni spettacolo faceva a pezzi un computer...
Applausi, risa e consensi.
Negli show odierni dice che la verità è sulla rete, internet ci salverà...
Applausi,risa e consensi.
Uhm... Qualcosa stride.
E' facile ottenere consensi mandando a stendere il potere costituito, si otterrà un seguito foltissimo. Ma quanta parte di questo seguito sarà costituito da persone che ragionano autonomamente e non per interposta figura?
Con la nascita dei mass-media, la dicotomia individuo/massa tocca il suo apice:

"...Io ho l'impressione che ci trasformiamo in massa nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri. I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo "mass media". Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un'atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo "kitsch" tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l'amore, l'intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l'individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E' questo il messaggio dei "mass media": un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo "zapping"..."
Discorso di David Grossman, apertura del Festival della Letteratura di Berlino.

La confusione regna sovrana.
La confusione è un plasma in cui molti fanno affidamento.

I rinoceronti possono essere abbattuti, è sufficiente caricare i fucili...

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venerdì, 11 maggio 2007

Margaritas ante porcos...

Nostradamus, forse. Qualche sibilla cumana dell'antichità, perché no? Aruspici, auguri, stregoni, santoni, chiromanti, cartomanti, filosofi, poeti, scienziati e, dulcis in fundo, i pataccari delle reti private.
Non so. Ma tanti hanno parlato della fine del mondo. Oggi, i più incalliti sono gli studiosi degli effetti dell'interazione umana sull'ambiente. Non c'è proprio storia: il pianeta sta colando a picco.
E, sinceramente, guardando la foto qui sopra non mi auguro il contrario. Un gigantesco conflitto mondiale, un effetto serra condotto agli eccessi, un definitivo inverno nucleare, qualsiasi cosa va bene. Purché metta fine al tutto. Magari, nelle viscere più impenetrabili del globo terracqueo, un microorganismo riuscirà a salvarsi e darà finalmente alla luce una civiltà degna di cotanto nome.

Nella civiltà islamica, lo Stato è fortemente connesso alla religione. A tal punto che finiscono per confondersi uno nell'altro, senza divisione di ambiti e competenze. Molto diverso è il rapporto tra Stato e Chiesa che il mondo occidentale ha vissuto e vive tuttora.
Nel 1979, in concomitanza con la rivoluzione islamica, una legge di Stato (quindi pubblico-religiosa) impose alle donne iraniane di coprirsi con un velo; prima soltanto le impiegate statali, poi l'imperativo fu esteso a tutte le donne in luogo pubblico. Il tutto per proteggere gli uomini da tentazioni peccaminose...
Al giorno d'oggi, per una corrente femminile tradizionalista questa legge non viene considerata come un obbligo bensì un costume, un uso, una consuetudine; questa frangia vive ormai il ciador o il burka come una parte integrante della sua cultura, qualcosa non dissimile dal portare un anello al dito o un braccialetto al polso.
Per altre donne, tendenzialmente più giovani delle precedenti, questa legge è vissuta come un peso.
La maggior parte della gioventù femminile non si riconosce nel velo e, come dice Fatemeh Haghighatjoo, ex deputata del penultimo parlamento (quello a maggioranza riformista): "Verrà il momento di rispettare il diritto delle donne iraniane a scegliere il proprio abito".

Ogni tanto si ha l'impressione, fugace, che certe cose siano talmente ovvie che non dovrebbero nemmeno essere dette. E qui si sbaglia, senza dubbio.
Calpestiamo lo stesso pianeta, ma apparteniamo a mondi diversi.
Ci sono nazioni più liberali e nazioni più soggiogatrici: spesso risulta difficile valutare quali caratteristiche socio-culturali possiedano i paesi lontani dalla nostra mentalità.
Nel nostro caso, una piccola riflessione: che razza di società può arrivare a partorire (tra le altre) una legge talmente iniqua da provocare ciò che si vede nella foto? che razza di società può imporre con la forza l'annullamento dell'orgoglio e della dignità insiti nel genere umano? che razza di società può arrivare a pensare di dover proteggere l'uomo, essere notoriamente indifeso, a tal punto da deturpare i manichini femminili nelle vetrine, segando via i loro seni e lasciando al loro posto due buchi dai contorni di plastica?

Tant'è.
Se non sono bastati millenni, quanto ancora?

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domenica, 06 maggio 2007

Mens sana in corpore sano...

"La vita è troppo breve per la possibilità di amare, troppo lunga per la certezza di soffrire..."

Succede anche questo.

Cornovaglia. Il 27 aprile 2005, il sig. John Brandrick riceve una lettera da uno specialista gastroenterologo, dal quale si era recato un paio di mesi prima in seguito all'insorgere di forti dolori addominali. Nella lettera il medico sentenzia la diagnosi clinica: tumore al pancreas di avanzato stadio, sei mesi di vita rimanenti. Ecco la vita che presenta il conto.

Detto fatto. John si libera di tutto: incassa la sua polizza sulla vita e la spende in viaggi con la moglie, ristoranti di lusso e piccoli piaceri che, altrimenti, mai si sarebbe potuto concedere. Regala persino i suoi abiti invernali, i medici sostenevano che non avrebbe mai più visto un inverno. In un batter d'occhio, la vita di quest'uomo si trasforma da accumulativa (stile formica) a gaudente (stile cicala). Resta con una cosa soltanto: l'abito per il proprio funerale... Come dargli torto?

Il grottesco di questa vicenda deriva da un piccolo errore di valutazione: il sig. Brandrick non era sul punto di salutare questa vita. Sebbene i medici gli avessero riscontrato una massa tumorale, il suo corpo soffriva di una semplice pancreatite... Accidenti... E adesso?... "Voglio dire, sono ben contento di non morire, ma non ho più nulla, ho dilapidato tutto, dannazione...", potrebbe aver pensato l'incredulo John.

Chissà. Eterne domande. E' meglio sapere in anticipo quando toccherà a noi? Oppure si vive giorno per giorno, facendo programmi a lunga scadenza, comprando case e mettendo in cantiere progetti? E' da sottolineare come, paradossalmente, soltanto quando ha incassato la notizia il sig. Brandrick ha deciso di vivere. In quei sei mesi ha vissuto senza pensieri, deciso soltanto a godersi la vita. Quella vita che gli stava sfuggendo e che doveva essere goduta, fino alla fine. Qual è la vita vera? Quella che conduceva prima, modesto ed onesto impiegato comunale, impegnato a risparmiare per garantire il futuro dei figli e la sua vecchiaia serena? O quella che ha vissuto dopo, godendosela come mai avrebbe potuto ma sempre avrebbe voluto?

Forse è giusto così. Forse c'è un motivo per cui le cose vanno come vanno. O forse non c'è motivo alcuno, ma l'essere umano è nato per porsi dubbi, per scavare alla ricerca di risposte tanto desiderate quanto introvabili. Forse un giorno non si dovrà più decidere, forse i progressi della medicina verranno in nostro mutuo soccorso ed elimineranno questa insicurezza tutta umana. Fino ad allora, brindo alla vita, per imperscrutabile che possa essere. Prosit.

"Facciam festa tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza."

 

 

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lunedì, 30 aprile 2007

Pecunia docet...

gunAbbiamo dei problemi seri da risolvere. E ci servirebbero delle persone serie per risolverli.

Molto spesso, i problemi vengono aggirati e non affrontati radicalmente, con risultati che spiazzano anche gli stessi fautori delle varie gimkane risolutorie. Un po' come quelle fastidiose influenze che, dopo essere state curate superficialmente, ricompaiono più fameliche e debilitanti di prima. L'aspetto più disarmante risiede nella volontarietà di questi comportamenti.

Polytechnic Institute di Blacksburg, Virginia. Questo campus americano, un paio di settimane fa, è stato il tragico teatro di una strage in cui 33 persone, tra studenti ed insegnanti, hanno perso velocemente la loro vita. Non ripeterò il nome del ragazzo sud-coreano a cui si deve tutto questo; sono dell'idea che le sue generalità debbano risiedere soltanto in due posti: negli archivi delle forze dell'ordine e su una lapide scalcinata in un angolo buio di un cimitero dimenticato. Infermità mentale? Probabile, anche se è una definizione talmente ampia che andrebbe circostanziata. Di sicuro non è stato un raptus omicida: c'è stata una programmazione precedente e quella mattina il dramma si è svolto nell'arco di ore.

Guardando il video che lui stesso ha girato e poi spedito alla NBC, una riflessione in particolare fa gelare il sangue: il fatto che, nella sua mente, tutta la vicenda non rappresentasse altro che un mezzo di comunicazione con la società. Un appello che ha voluto lanciare, delirando contro gli stessi studenti e professori del suo campus, puntando il dito contro il loro sporco benessere. Attirare l'attenzione. E' tutto sotto i nostri occhi, oggi è difficile ricevere attenzione. Una forza centrifuga impazzita catapulta le persone più fragili alla periferia, col rischio di rimanere emarginate ed estromesse, senza essere ascoltate. Non dimentichiamo, come disse qualcuno un paio di millenni fa, che possediamo due orecchie e una sola bocca, forse proprio per parlare di meno e ascoltare il doppio.

Come da prassi consolidata, dopo episodi di questo tipo si assiste anche qui alla messa in moto della manna giornalistica per eccellenza: la polemica. O, meglio, le polemiche. Inchiostro a fiumi invade la carta stampata di tutto il globo, giornali e radio vomitano parole a ripetizione e mettono l'accento sui particolari, perché sono i particolari che interessano, magari quelli più malati e perversi, quelli che non fanno cambiare canale ma tengono paralizzati con la brama di saperne di più, non basta mai. Tutti indignati, tutti solidali, tutti contro la società che non ha saputo prevedere il dramma. Curioso... sovente ci si preoccupa di questioni soltanto quando queste hanno già prodotto i loro risultati, talvolta catastrofici. (Per la cronaca, ricordo il minuto di silenzio osservato dal Congresso degli USA in memoria delle vittime della strage. Nancy Pelosi, speaker della Camera, ha detto: "siamo molto rattristati per questo incredibile episodio di violenza"... Mi sono chiesto cosa veramente abbiano pensato, in quel minuto, deputati e senatori.)

Si snocciolano le domande... Era prevedibile che quell'invasato compisse una carneficina? Consideriamo che gli istituti scolastici sono considerati "gun free zones", zone in cui è vietato introdurre armi da fuoco, dunque luoghi principe per chiunque avesse velleità da killer. Tant'è, pur se la legge impedisce l'esistenza di un'arma in un raggio di 300 metri dagli istituti, almeno una è invece comparsa (ed è stata adoperata in un modo che ricorda certe esecuzioni in periodo di guerra, tutti in fila, a ciascuno il suo).

Tra le diverse vie percorribili, ve ne sono due antitetiche che ricevono ora consensi ora anatemi.

Numero uno: vietare le armi da fuoco ai privati. Sarebbe a dir poco una rivoluzione sociale, considerando, per esempio, la semplicità con cui si può comprare una pistola in molti Stati e la straordinaria facilità con cui si può ottenere una pistola per vie illegali (nella sola città di New York ci sarebbe una quantità compresa tra 700.000 e 3.000.000 di armi non registrate). Questa utopistica strada sarebbe avversata non solo dalla National Rifle Association (il cui presidente è l'attore Charlton Heston), associazione che si batte per il "sacrosanto" diritto al possesso delle armi da fuoco, ma sarebbe invisa all'intera economia mondiale.

Da quando ve ne fu la nascita in cina, verso l'XI secolo, la polvere da sparo ha avuto un incremento di utilizzo esponenziale e planetario. Dopo secoli di incubazione e di affinamento, fanti, arcieri e cavalieri sono progressivamente stati sostituiti da pistole, carri armati, lanciarazzi e ordigni esplosivi. Inutile girarci attorno: la guerra è il più grande affare dei nostri tempi... Armi, pallottole, mine, bombe, carri, elicotteri, caccia, moneta sonante che gira vorticosamente tra paesi che vendono e rivoluzionari che comprano. L'Italia ne sa qualcosa, essendo uno dei principali esportatori a livello mondiale.

Numero due: armare i privati. Ovviamente, esclusi i criminali e le persone psicologicamente instabili, si spera. Questo è un po' il modello a cui si sono ispirati gli USA per la loro politica internazionale, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale. Diamo le armi a tutti e stiamo alla finestra. E questa, secondo molti, potrebbe essere la soluzione migliore per diminuire drasticamente violenze e omicidi. Sarà una cosa naturalissima: i bambini passeranno dal giocare con bambole e costruzioni alla frequentazione dei poligoni di tiro, il tutto per poter essere ammessi al college. Bisognerà ritoccare il vestiario... La fondina sotto l'ascella è un po' scomoda, ragion per cui forse sarà reintrodotto il cinturone, anche per uno di quei processi vintage, di cose del passato che prima o dopo tornano di moda.

Vi sono anche altre strade. Per esempio, evitare di concedere le armi ai cattivi e garantirle ai buoni. Ma chi valuta la differenza? Nel caso dei cattivi si può tagliare la testa al toro dicendo: "se una persona è o è stata delinquente = niente armi". Ma nel caso dei buoni? Alcuni killer sembrano le persone più tranquille e bonarie del mondo... E se quelli che una volta erano cattivi ora fossero diventati più buoni di quelli che sembrano buoni?...

"Alzare un polverone è facile. Ma prima o poi la polvere si poserà di nuovo..."

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mercoledì, 18 aprile 2007

Incipit

Verso la metà del II secolo d.C., il sofista greco Elio Aristide tenne un celebre discorso che prese il nome di Encomio di Roma. In soldoni, Aristide esaltava doti e vittorie dell'Impero, elogiava la continuità storico-artistico-culturale tra Atene e Roma, gioiva per la pace, la sicurezza, il benessere e la prosperità che Roma aveva saputo garantire... A detta di Aristide, era come vivere nel migliore dei mondi possibili e nel più azzeccato dei periodi possibili.

Prescindendo dalle fondamenta politiche di quell'orazione, consideriamo plausibili i concetti espressi e contestualizziamoli nel vivere contemporaneo.

In che mondo viviamo?

Non si può rispondere assennatamente a domande come questa. Tuttavia, giocando all'impressionismo, diamo qualche pennellata di attenzione qui e là.

postato da: stanley.atto alle ore 20:15 | Permalink | commenti (2)
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